Il respiro del bosco (terza parte)

Eccomi qui, seduto in cucina, mentre grondo sudore, nella totale assenza d’aria. Mia moglie, vicino a me, approfitta del tempo libero del weekend per studiare e Athena, la nostra cagnolina, adottata da poco, sbuffa sdraiata sul pavimento. Io le guardo con la coda dell’occhio, come un gatto sornione, davanti al computer, con le finestre aperte, dal lato della casa all’ombra, per godere di quel po’ di brezza (calda) che di tanto in tanto soffia in un agosto piemontese arroventato.

In questo momento il respiro del bosco è un ricordo, che rievoco con l’immaginazione, per illudermi di sentire un po’ di frescura, di essere ancora immerso nella vegetazione mediterranea dell’entroterra ligure; per fortuna ci sono le foto che mi proiettano su quella strada di terra e sassi, fiancheggiata dai pini marittimi dall’intenso profumo balsamico.

La passeggiata effettuata da San Romolo al Monte Caggio, attraverso il cammino del Colle Termini di Perinaldo, si srotola, nel suo ultimo tratto, su di una strada sterrata ampia e luminosa, cosparsa di interessanti fioriture.

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La strada dal Colle Termini di Perinaldo fino al Monte Caggio è per lo più di facile percorrenza, larga e luminosa. Caratterizzata dall’intenso profumo della vegetazione mediterranea.

Le piante erbacee spontanee, che si offrono allo sguardo lungo  questo cammino, esercitano su di me un’attrazione irresistibile. Sono un acceso amante delle specie erbacee e tutta la biodiversità che caratterizza l’ambiente del Parco Naturale di San Romolo mi incuriosisce, complice la novità di una vegetazione che dalle mie parti, in Piemonte, normalmente non si osserva. Il profumo della terra cambia, diventa intenso, molto aromatico, esaltato dal calore del sole.

 

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Centaurea jacea L. (Asteraceae), Colle Termini di Perinaldo (IM), luglio 2017.

In questo tratto di passeggiata ci si può imbattere in Centaurea jacea, un fiordaliso montano dalla corolla purpurea appariscente, molto attraente per gli insetti impollinatori ma anche per il nostro sguardo umano, sempre alla ricerca di colori e forme stimolanti.

Un’altra specie interessante, per quanto comune, che per me ha significato molto nei primi periodi di avvicinamento alla botanica, è l’eringio campestre (Eryngium campestre). Sono legato al genere degli Eryngium perché comprende piante notevoli, dalla forma inconsueta e spinosa, dal portamento geometrico. Vi è una certa varietà di specie in natura che è stata poi manipolata dall’uomo per la creazione di cultivar dai colori inusuali e accattivanti, come nel caso del blu di Eryngium planum “Blauer Zwerg”. Nonostante Eryngium campestre sia una pianta decisamente meno appariscente rispetto alle cultivar variopinte, il suo portamento rimane un incontro che stimola sempre la mia curiosità, con il fusto eretto, robusto, a corimbi, e le foglie con segmenti spinosi color verde-sbiadito.

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Eryngium campestre L. (Apiaceae). Colle Termini di Perinaldo (IM), luglio 2017.

Anche Cistus salvifolius (Cisto dalle foglie di salvia)  è uno dei miei primi amori botanici, come tutta la famiglia delle Cistaceae. Emblema mediterraneo, questo cisto al momento della mia escursione era già sfiorito, lasciando osservare il frutto a capsula pubescente, globoso-pentagona, anch’esso dall’interessante forma geometrica troncata all’apice.

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Le infiorescenze ormai essiccate di Cistus salvifolius L. (Cistaceae). Si osservino le cinque valve deiscenti del frutto. Colle Termini di Perinaldo (IM),  luglio 2017.

La passeggiata prosegue in salita ancora per un breve percorso attraverso un bosco rado e luminoso, dove i castagni si alternano ai pini marittimi e ai pini d’Aleppo. La luce filtra abbondante attraverso questa tessitura vegetale, intreccio di rami e foglie di forme diverse.

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L’ultimo tratto del sentiero sul Monte Caggio, entra in un rado bosco di castagni, caratterizzato dalla presenza di alcuni grandi massi che ricordano antichi pachidermi.
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Il fantasioso alternarsi di colori su di una giovane corteccia di Castanea sativa, Mill. (Fagaceae). Monte Caggio, San Remo (IM). Luglio 2017.

Ricordo che quando sono giunto in cima al Monte Caggio, al termine della mia passeggiata, prima di concentrarmi sulla meravigliosa vista sul Mar Mediterraneo che si apre da questo punto, sono stato rapito dalla semplice eleganza di un fiore di carota selvatica (Daucus carota), così simile a uno dei pizzi lavorati con i ferri da maglia dalla mia nonna paterna. Mi piace concludere la carrellata vegetale con un’immagine di questa infiorescenza a ombrella composta di piccoli fiori bianchi, talvolta rosa, che riassume nella sua essenza tutta la bellezza delle specie selvatiche più prossime all’uomo e alla sua alimentazione.

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Infiorescenza di Daucus carota L. (Apiaceae). Monte Caggio, San Remo (IM). Luglio 2017.

Al termine di questo percorso che, partendo da un bosco mediterraneo umido e fitto, di sempreverdi, passa da una radura sassosa e assolata su un crinale esposto al sole, giungendo infine su di un promontorio boscoso di latifoglie, si può finalmente godere di una delle viste più belle sul territorio del sanremese: a levante si può osservare la città di Sanremo con le sue alte colline; a ponente Bordighera, le montagne di Ventimiglia e persino Montecarlo con i suoi grattacieli. Ma è a sud che finalmente di fronte al mio sguardo si apre il mare, elemento mitigante, che esercita una fortissima influenza sul territorio e soprattutto sulla vegetazione di questo luogo al quale sono profondamente legato.

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Il panorama alla fine della camminata, sul Monte Caggio. In lontananza la costa di Bordighera, Ventimiglia e Monte Carlo. In primo piano Erica arborea e un “omino” di pietra che segna la via.

Athena nel sonno agita le zampe sul pavimento, forse sogna di lanciarsi in una corsa tra i boschi freschi, mentre mia moglie si è spostata sul letto con i suoi libri. Fa caldo e le gambe si appiccicano alla sedia. Sono ancora nella mia cucina piemontese nell’aria ferma di questo inizio d’agosto a 37°.  In autunno tornerò qualche giorno in quei luoghi, magari con il nostro cane, per farle seguire piste olfattive naturali che io e mia moglie Giovanna non riusciamo a percepire. Sarà bello entrare nel silenzio del bosco nei profumi autunnali, incontrare fioriture stagionali diverse e respirare il mare, il profumo di quelle foglie e di quella terra.

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6 thoughts on “Il respiro del bosco (terza parte)

  1. Questa si che è stata una camminata più rilassante della precedente. Indossavo le scarpe giuste e forse mi ero fatta un po’ di fiato. Insomma con costanza le cose si sistemano. Molto molto bella la tua descrizione di questa vegetazione spontanea. Poi arrivi su e vedi il mare che ti emoziona sempre come quando si era bambini. Grazie.

    Liked by 2 people

    1. Grazie infinite Luisa, scarpe giuste e un po’ di fiato sono certamente due aspetti importanti anche se più di tutto è l’atteggiamento di ascolto che fa della camminata nel bosco una vera esperienza e tu hai proprio affinato i sensi per quest’ultimo tratto di montagna vista mare. Grazie davvero per avermi accompagnato anche se solo virtualmente. A prestissimo!

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  2. Bello sapere che c’è ancora qualcuno capace di emozionarsi guardando il mare, un po’ come i greci di Senofonte, dall’alto di una montagna, che sia il Teche o il Caggio non fa molta differenza 🙂
    Il mio Puck invia i propri saluti a Athena, pur essendone un po’ intimidito – lei una dea, lui è soltanto uno spiritello scespiriano.
    A proposito del Bardo, leggendo Le allegre comari di Windsor ho appreso che un tempo all’eringio erano attribuite proprietà afrodisiache: puoi confermarlo? Trovi la citazione, se vuoi, alla fine di questo articoletto:
    https://clamarcap.com/2016/12/31/lady-greensleeves-e-mistress-ford/
    A presto!

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    1. Ciao Claudio,
      grazie per il tuo commento dai riferimenti mitologici da me tanto amati 🙂
      pur se si è trattato di un caso mi sono persino ritrovato ad adottare un cane che già si chiamava Athena (a proposito mi ha detto di mandare a Puck un’affettuosa musata; Athena sarà pure una Dea ma non fa distinzione di rango: per lei spiritelli, umani, canidi o Dei sono tutti uguali!)
      Ma veniamo a noi e al nostro eringio scespiriano! Devo ammettere che non sapevo di questa presunta proprietà delle sue radici. A quanto pare però in epoca elisabettiana era proprio così: le radici candite di questa pianta venivano vendute come dolci chiamati eringoes e si riteneva fossero afrodisiache, infatti proprio in questo senso vengono citati da Falstaff.
      Su Acta Plantarum (http://www.floraitaliae.actaplantarum.org/viewtopic.php?t=1239) alla voce “proprietà e utilizzi” la prima delle qualità segnalate è proprio quella di afrodisiaco.
      Ahimè l’Eryngium in questione è quello maritimum e non quello in cui mi sono imbattuto io, ossia il campestre. Altrimenti, sapendolo, avrei raccolto almeno un pezzetto di radice per testare la veridicità di questa sua qualità! 😉

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      1. Grazie delle spiegazioni, Paolo. In effetti, Falstaff parla di vere e proprie «provocazioni» amorose, cose insomma che… attizzerebbero chiunque, ma non lui, dal momento che può (crede di poter) godere dell’abbraccio di Mrs Ford. Anche delle patate si pensava (nel ‘600) che favorissero la fecondità, femminile e maschile; i kissing-comfits erano dolcetti di zucchero aromatizzato, in genere all’anice, usati soprattutto dalle donne per avere l’alito profumato. E, a quanto pare, anche la melodia di Greensleeves era ritenuta capace di accrescere la libido 😀
        Prima o poi facciamo conoscere Athena e Puck…
        A presto!

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